“Foresto” di Babilonia Teatri, da Koltès. Ai poveri resta la parola di Carlo Lei

Foto di Giulia Lenzi

L’abbrivio di Foresto di Babilonia Teatri, che conclude la tournée di quest’anno sul palco del Teatro Biblioteca Quarticciolo è davvero un terremoto: tanti sono i segni in scena, che ci vogliono alcuni minuti per ricomporre una forma equilibrata di ricezione, per smaltire l’iniziale esplosione percettiva.

C’è la musica in live electronics, di grande impatto, di Giovanni Frison, c’è il testo di Bernard-Marie Koltès che ci giunge in sopratitoli (La notte prima delle foreste – o della foresta, per la prima traduzione di Giandonato Crico per Gremese, «un’unica frase di quaranta pagine, emessa d’un sol fiato» come vi era definito il testo in Prefazione); c’è infine, ma centrale, la doppia traduzione del testo in LIS, performata da Daniel Bongioanni, e quella in veronese, detta da Enrico Castellani. Ed ecco come si dispiega sul palco questo dispositivo: sulla sinistra Frison tra computer e mixer, al centro Bongioanni, a sinistra, scalzo, Castellani, sul fondo, ma solo nella parte destra, i sopratitoli, con occasionali indicazioni sulla qualità del tessuto musicale (non sempre precise). Il tutto sotto le luci dure ma esatte, perfettamente in linea di Luca Scotton. È da quell’inizio travolgente che occorre riscuotersi per entrare poi in modo più concentrato in questo intrecciarsi di impulsi e segni, e ciò avviene, superato quell’impatto, con grande agio.

Cosa accade? La musica gestisce il filo più strettamente temporale: alle agglomerazioni sonore, alle dissipazioni, all’infittirsi o dilatarsi della dinamica è delegata la scansione delle energie del testo, alla distribuzione di ciò che accade nell’ora o poco più di spettacolo. La notevole performance di Enrico Castellani, che rinverdisce i fasti della più antica iperfasia di Babilonia, è praticamente continua eppure, senza far ricorso a stratagemmi mimetici o a cambi di registro, riesce sfumata, mobile – conferma, per chi guarda, che Babilonia Teatri e Bernard-Marie Koltès sono fatti l’una per l’altro.

Foto di Elisa Vettori

Centrale sul palco, ma centrale nell’operazione tutta, è il talento scenico di Bongioanni. La sua scrittura per il corpo va oltre la traduzione in LIS del testo dell’autore francese, di cui pure è autore: egli la drammatizza, la rende atto linguistico scenico pieno, completo, autosufficiente. Ne è una prova, al di là dell’agio con cui riesce a mantenere l’efficacia nella durata dell’intera rappresentazione, l’effetto che la propria lingua produce su sé stesso, sul proprio corpo. Se Castellani, pur parlando in prima persona, sceglie l’epicità del proprio riconoscibile dettato, il protagonista di Foresto è fin da subito incarnato da Bongioanni, ed è evidente come lui stia segnando in primissima persona.

Lo straniero che parla ha la sua fisionomia, le disavventure che gli capitano, il racconto che struggente ci fa della sua storia sono un’autobiografia. E commuove la tenerezza con cui il performer accoglie su di sé questo disperato, gli dà corpo senza scadere nella mimesi (perché la LIS ha un carattere più complesso), anima senza patetismi. Così come commuove la scelta di Babilonia Teatri di gettare un doppio fascio luminoso su questo personaggio, un primo di taglio, attraverso la lettura, un secondo frontale o, meglio, dal di dentro, attraverso la performance fisica.

Foto di Elisa Vettori

Inoltre la regia gli confeziona anche, in una minuscola azione iniziale, precedente il testo vero e proprio, una preziosa sineddoche di tutta l’operazione di questo lavoro, dell’impresa apparentemente paradossale di riversare nell’afonia tutto l’affollarsi di lingue udibili che Koltès, Babilonia e questo spettacolo in particolare richiedono: in apertura di spettacolo, Daniel Bongioanni, fisico asciutto, leggero, ampia apertura di braccia, ginocchia flessibili dentro i calzoni un po’ larghi, elastiche, occhi loquaci, sorriso, sembra dare da seduto una rapida ma accurata revisione al suo skateboard, ne controlla l’allineamento e la scorrevolezza delle ruote, quindi lo lancia in scena e vi balza sopra, lo cavalca, probabilmente attraversando la città. Ma tutto ciò lo fa in absentia dell’oggetto, poiché la tavola, che sul palco è presente, rimane posata di sguincio, a terra, verso il fondo, e lui non fa altro che mimare i movimenti fin qui descritti.

Quell’aria che si passa tra le mani al posto della materialità della tavola è la frequentazione di un invisibile, della parola che si disfa del suono e riesce per miracolo a mantenere la sua funzione piena, diviene il miraggio incarnato di una lingua così satura di forme (suoni diversi, diverse lingue, segni) da arrivare a farne a meno.

Foto di Giulia Lenzi

Il risultato di questa perdita di contatto con la materia è che l’opera di Koltès, un’opera peraltro fermamente incastrata nella realtà (e su cui lascia un segno, come quello che, sopra una pietra del ponte dove il protagonista si innamora, è rimasto «a forza di farci l’amore»), pur non cessando di parlarci del forestiero, dello straniero, del senza-nulla scacciato, messo in un angolo, guardato storto, inseguito, illuso, escluso da tutto perché «tutto è loro», non riguarda più nemmeno solo il forestiero, ma il diverso in senso assai più generale.

Un paio di piccole integrazioni nel testo («cosa fa lo straniero, cosa fa con quelle mani?») permettono di allargare il campo degli esclusi sì, certo, alle persone sorde, di cui un cospicuo numero è presente in sala, ma comunque a qualsiasi forma di disabilità o diversità, qualunque alieno o profugo o deviato o deviante o tangente più o meno identificabile, potremmo trovarci accanto o dentro di noi, o abiti le nostre città. Le abiti da povero.

Così in quel disperato e ripetuto richiamo alla creazione di un Sindacato Internazionale per tutti i diseredati che il protagonista di Foresto insiste a fare, oggi facilmente leggibile con ironia, come una patetica illusione, si ritrova un richiamo a stare uniti, noi che siamo tutti diversi, poveri.
Perché i poveri, gli ultimi, insieme a loro rimane sempre la parola.

Foresto

da La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès
cura, regia Babilonia Teatri
traduzione Francesco Bergamasco
adattamento in dialetto veronese Enrico Castellani
traduzione LIS Daniel Bongioanni
con Enrico Castellani e Daniel Bongioanni
collaborazione scientifica Jean Paul Dufiet
musica live e sound design Giovanni Frison
light design Luca Scotton
consulenza accessibilità Ass. Fedora
interprete LIS Andrea Consolaro
foto e video Giulia Lenzi
co-produzione Pergine Festival, OperaEstate Festival, Teatro Scientifico di Verona
con il sostegno di Fondazione CARITRO
in collaborazione con l’Università degli Studi di Trento
in accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di François Koltès. L’opera La notte poco prima delle foreste nella traduzione di Francesco Bergamasco è edita da Arcadiateatro Libri, Bernard-Marie Koltès, TEATRO, Volume 3.

Teatro Biblioteca Quarticciolo, Roma, 15 e 16 marzo 2025.

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