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Per un teatro civile e responsabile

di Letizia Bernazza

Teatro civile o teatro “ incivile ”, teatro politico o teatro d'impegno sociale . Teatro, direi innanzitutto. Perdersi in definizioni di “genere” o in collocazioni storico-teatrali che attengono a singoli autori, inquadrati in percorsi espressivi e artistici di indubbia veridicità critica, mi sembra una strada da abbandonare. Quando c'è un'urgenza civile, non si può divagare troppo.

Nel clima socio-politico che stiamo vivendo, c'è un'esigenza più forte che richiama la nostra riflessione, ed è culturale prima ancora che estetico-teatrale. Non penso, infatti, sia tanto importante puntualizzare - ciascuno dal punto di vista che più gli sta a cuore, per affinità intellettuale, percorso critico e/o artistico - i pregi di un Teatro Civile più incline alle proprie corde, quanto riconoscere o non riconoscere un valore e un ruolo oggi al Teatro. E, in particolare, a quel Teatro che sa farsi carico delle problematiche della nostra collettività e che, per forza di cose, diventa Civile, vale a dire espressione della comunità di appartenenza.

Certo, il Teatro essendo un atto pubblico è già di per sé Teatro Civile, diretta espressione di un “sentire” comunitario. Non penso, però basti. Perché vale la pena interrogarsi su cosa significhi oggi portare sulla scena spettacoli sulla mancanza del lavoro e sulle morti bianche; sulle stragi di Stato e sulle connivenze tra mafia e politica; sui disastri ambientali e sulle pesanti conseguenze dell'inquinamento industriale in molte regioni del nostro Paese. In un momento in cui, lo svuotamento del valore della politica ha un effetto disgregante sulla collettività, nella quale il singolo individuo è diventato un'“entità” isolata che ha perso il proprio legame con la sua Memoria e la sua Storia, polverizzate dalla disumanizzazione costante operata scientemente dai mass media, c'è da chiedersi se il Teatro possa essere uno strumento valido per suscitare un dibattito sui problemi della società. E, provocatoriamente, provare a capire anche se il Teatro Civile, quello a cui viene delegato il compito di occuparsi di emergenze socio-economiche, politico-culturali e ambientali, sia in grado di analizzarle per tentare di sensibilizzare la coscienza dei cittadini-spettatori in una prospettiva che guardi a una loro possibile risoluzione. Premesso che sarebbe compito dei politici e degli uomini di legge gestire con atti responsabili la res publica , dei giornalisti raccontare la “verità dei fatti”, degli insegnanti trasmettere l'amore profondo per la cultura…, il Teatro è senza dubbio uno dei territori privilegiati per condurre le persone a una presa di coscienza della realtà. E questo perché, essendo un'arte fondata sulla relazione, è dinamicamente volto a tenere saldo il confronto con le necessità civili e sociali, di conseguenza ad assumere il valore di un mezzo che, rafforzando il dialogo, interviene nella dinamica relazionale Singolo-Altri. E anche perché è un'arte fondata sulla “presenza” che ha il suo acme espressivo nell' hic et nunc di esseri umani che interagiscono e si scambiano esperienze. L'essenza dell'intersoggettività si traduce nel creare le basi di un rapporto con i fatti mostrati in scena, con i conflitti che evidenziano le contraddizioni della nostra contemporaneità e che invitano a sfidare l'egocentrismo in nome della solidarietà. Solidarietà che significa proiettarsi oltre se stessi, al di là della propria mente e del proprio corpo, al fine di riconoscere il valore di un individuo in perenne rapporto con gli altri. Far parte di una platea richiede, infatti, di considerare le differenze in un'ottica che va oltre l'individualismo e che invita a riscoprire la ricchezza della collettività, senza la quale verrebbe meno l'Identità e non avrebbe senso parlare di civiltà e di coscienza civile. Se, poi, il feedback tra attore e spettatore funziona, il bisogno del confronto supera l'illusione teatrale e lascia il posto al desiderio di indagare insieme vicende dimenticate, o rimosse, del patrimonio culturale. In questi casi, chi accetta responsabilmente e con “disponibilità percettiva”di fare i conti con la Storia non è escluso reagisca fattivamente di fronte a temi scottanti del passato e del presente. A mio avviso, il Teatro Civile oggi ha sicuramente una valenza “didattica” (di ascendenza brechtiana), sebbene tenda più a “riabilitare” l'individuo nel Mondo che a proporre delle vere e proprie strategie rivoluzionarie, come era stato tentato in Italia negli anni Settanta in linea con l'istanza di rovesciare l' establishment politico-sociale. Riconosco, cioè, al Teatro Civile la funzione civica di sottrarre all'oblio i fatti che hanno segnato e segnano la società contemporanea. Un luogo in cui “dal vivo” si possono penetrare i conflitti derivanti da paure, incertezze, disagi. In questo senso, allora, si può affermare che il Teatro assolve a uno dei suoi compiti più importanti: offrire ai partecipanti un'esperienza più profonda della vita di tutti i giorni. La quotidianità si fa extra-quotidianità, fino ad offrire un'esperienza profonda che si avvicina, “alla comprensione di tutte le cose”, avrebbe detto Julian Beck, e assume un carattere “straordinario” proprio perché consente di guardare con altri occhi la realtà, in genere già predeterminata e confezionata dai media. E il carattere “straordinario” sta non soltanto nell'apprendere gli avvenimenti in maniera differente da come normalmente siamo abituati a subirli dalla società di massa, ma anche a ritrovare, d'accordo con quanto sostiene Alberto Abruzzese, la presenza fisica dei corpi e delle passioni della civiltà urbana, assorbita (derealizzata) nei flussi dell'informazione elettronica. Alla dimensione “metaterritoriale dei media” si sostituisce un fatto reale e il suo diretto referente sociale, contribuendo a formare uno spettatore-cittadino attivo, che del teatro può comprendere le finalità estetiche ed etiche. E tutto questo in virtù della fondamentale “mediazione” dell'attore che in quanto “segno-mondo” - per utilizzare una citazione di Gerardo Guccini – con la sua presenza e il suo complesso universo personale testimonia allo spettatore una passione talmente coinvolgente e diretta da essere riconosciuta come unica, non sostituibile da altri e tantomeno assimilabile ai personaggi delle fiction .

Ora semmai i problemi da porre sono altri: il Teatro, considerato spesso una forma espressiva elitaria, può avere oggi la funzione di un rito collettivo come nell'antica polis greca? Si riconosce al Teatro l'importanza di essere un luogo di costruzione dell'immaginario collettivo? In un presente ormai avvezzo a “sospendere” i conflitti, a negare con superficiale banalità quanto affermato il giorno prima, come far risultare “vero” quel dissenso, seppure minoritario, che attraversa il corpo sociale e che in teatro può diventare oggetto di esperienza, consapevolezza e riflessione? E, poi, è d'obbligo chiedersi: in futuro, quali percorsi drammaturgici ed espressivi intraprenderanno gli autori-attori-registi che si occupano di mettere in scena spettacoli di forte impatto socio-politico? Il Teatro Civile ormai non coincide più soltanto con il Teatro di Narrazione, rappresentato nella sua essenzialità da un autore-attore-regista che da solo, su di un palco spesso vuoto, si fa carico di rappresentare il molteplice vissuto delle dramatis personae nel consapevole essere interprete “unico” di un complesso e strutturato ordito drammaturgico. C'è il Teatro di Narrazione, ma anche forme teatrali differenti che reclamano la presenza di più attori in scena coerentemente al fatto di rendere lo sviluppo della pièce con più personaggi e con altrettanti attori in carne ed ossa. C'è il Teatro Inchiesta condotto da testimoni che vestono i panni degli attori, sebbene non siano attori di professione. È il caso, ad esempio, di molti reporter che decidono di portare di fronte a platee composte di migliaia di persone le loro laboriose indagini giornalistiche. In che modo delimitare, allora, e soprattutto con quali criteri, l'ambito dell'attore-testimone da quello del testimone-attore, colui cioè che diventa testimone del nostro presente per il bisogno di supplire alle mancanze di una professione che si fa sempre di più nelle redazioni, di fronte alle agenzie di stampa da tagliare e incollare, e sempre meno nei “luoghi” della notizia? Importante questione quest'ultima, che mette l'accento anche sul non trascurabile problema dei finanziamenti e della ricerca degli spazi. Le esigue risorse economiche e gli insignificanti investimenti destinati al nostro Teatro hanno penalizzato il funzionamento dei circuiti e dei luoghi a disposizione degli artisti. Si sta “fuori dai teatri” (nelle fabbriche, nei centri sociali, nelle stazioni, nelle scuole, nelle case, nei poderi…) indubbiamente per scelta, ma spesso per necessità. E, se questo può andar bene per gli attori non professionisti, diventa uno scotto altissimo da pagare per quegli attori di professione che vengono esclusi proprio dal Teatro in nome di ciechi monopoli di gruppi di potere e di inique ingerenze della burocrazia politica e amministrativa nei teatri pubblici.